185- Fili invisibili, incontri autentici
Avevo poco più di vent’anni quando un’attrice a teatro mi colpì per qualcosa di non ben definibile, certamente la sua bravura ma non solo quella. Mentre la osservavo sul palcoscenico pensai con una certezza inspiegabile: diventeremo amiche. Non era un desiderio, era una specie di sapere silenzioso. E così è stato. La nostra amicizia è durata fino ai suoi ultimi giorni di vita, otto anni fa.
Molti anni dopo è successo di nuovo.
Una “signora della televisione”che non avrei avuto alcuna possibilità di incontrare nel bosco ligure dal quale lavoro da una decina d’anni, è comparsa nella mia vita attraverso il web. Una chat di gruppo. Da quel primo contatto è nata una delle mie amicizie più profonde degli ultimi dieci anni, nata forse da un breve scambio di post non appena ci siamo “riconosciute” nel gruppo. Una sintonia speciale, originata da chissà cosa così a distanza, una immagine, una parola, un punto esclamativo..
E poi ci sono quei momenti impossibili da spiegare.
Ascolto una canzone e sento una sintonia così potente con chi la canta da avere la sensazione di conoscerla da sempre e di avere vissuto tante cose insieme, anche se non ci siamo mai incontrate. Una sensazione? Una certezza, direi, come se una comunicazione profonda si fosse aperta tra di noi senza nemmeno parlarci.
Allo stesso modo incrocio lo sguardo di qualcuno nella casa di cura dove vive ora mia madre: stiamo parlando di pannoloni, medicine, medici, delle fatiche della vecchiaia... eppure sento che, sotto quelle parole, sta accadendo qualcos’altro. Come se due parti molto più profonde di noi si fossero già riconosciute.
Mi capita talvolta di conoscere una persona durante una sola cena a casa di amici comuni e di avere immediatamente la sensazione di sapere già chi sia, di incontrare uno sguardo sconosciuto e perdermici. Potrei continuare a lungo. Nella mia vita ci sono stati, e continuano a esserci, incontri che mi fanno percepire quasi fisicamente l’esistenza di fili invisibili che ci collegano l’uno all’altra. Fili che, per qualche misteriosa ragione, ogni tanto si tendono, vibrano, mi chiamano.
Sono attimi brevissimi, attimi in cui la mia anima sembra risvegliarsi e riconoscere, nel rumore della vita quotidiana, altre anime che stanno attraversando lo stesso istante di verità.
È come se qualcuno, magari dall’altra parte del mondo o seduto accanto a me, avesse qualcosa da comunicarmi senza usare parole. E io, improvvisamente, mi metto in ascolto.
Ma oggi vorrei comunicare a te che mi leggi -e soprattutto a me stessa- che i fili invisibili non si attivano semplicemente perché due persone si incontrano. Le persone si incontrano continuamente. Si salutano, lavorano insieme, vivono nella stessa casa, condividono anni interi. Eppure quei fili, molte volte, restano silenziosi.
Sto pensando che esiste una soglia, una soglia quasi impercettibile. È il momento in cui smettiamo di interpretare noi stessi e torniamo semplicemente a esserci. Succede anche durante un esercizio di teatro, in una meditazione, in una conversazione davanti a un caffè. All’inizio stiamo facendo qualcosa, poi, quasi senza accorgercene, quel gesto smette di essere un esercizio e diventa un’esperienza.
Il “come se” non è più finzione, diventa verità. Non perché ciò che stiamo vivendo sia realmente accaduto, ma perché l’emozione che lo attraversa è vera.
Se, per esempio, durante un esercizio di teatroterapia chiedo di guardare il mondo, gli altri ma anche se stessi come se lo si stesse vedendo per la prima volta, simulando una sorta di nascita o di rinascita, nessuno in quel momento sta fingendo di nascere ma tutti stanno ritrovando dentro di sé quella meraviglia che conoscono già.
L’esercizio non crea l’emozione, la richiama, la riporta alla luce. E quando un’emozione è vera, accade qualcosa di sorprendente, anche gli altri possono ritrovare la propria.
Forse è proprio questo che fanno i fili invisibili, non trasportano parole, trasportano possibilità e ci ricordano parti di noi che esistono da sempre e che avevamo semplicemente dimenticato.
Da quasi cinquant’anni conduco gruppi e c’è un gesto con cui ho quasi sempre iniziato i miei seminari: invitare le persone a guardarsi negli occhi. Non per educazione ma perché negli occhi di una persona c’è tutta la sua storia.
Quando mi sento vista da un’amica che temevo si fosse dimenticata di me, da qualcuno che torna finalmente a guardarmi negli occhi, da un figlio che per un istante smette di attraversarmi come fossi trasparente... in quel momento succede qualcosa di difficile da descrivere. È come rinascere.
Allo stesso modo, quando io vedo davvero chi ho davanti, qualcosa cambia anche dentro di me. Non vedo più soltanto un volto, un ruolo, un carattere. Comincio a percepirne la presenza, la storia, l’energia.
Ma questo può accadere anche senza uno sguardo fisico, può succedere attraverso un libro, una canzone, uno spettacolo, una lettera, persino attraverso uno schermo. Perché gli occhi del cuore non hanno bisogno della vicinanza, vedono anche nello spazio che ci separa. Anzi, forse è proprio in quel “tra” — quello spazio invisibile fra me e te — che accadono le cose più importanti.
Eppure incontrare qualcuno sembra la cosa più normale del mondo. Incontriamo persone ogni giorno, lavoriamo insieme, mangiamo allo stesso tavolo, ci innamoriamo, litighiamo. Ma siamo sicuri che tutto questo sia davvero un incontro? Viviamo spesso accanto alle persone senza incontrarle davvero, non le vediamo, non ci sentiamo visti. Scambiamo la vicinanza per relazione. Ma si può vivere nella stessa casa senza incontrarsi, lavorare nello stesso ufficio senza incontrarsi, amare qualcuno senza averlo mai incontrato davvero.
Forse un incontro non dipende dal tempo trascorso insieme né dalla parentela e neppure dagli interessi comuni o da un carattere simile o complementare. Forse accade quando, anche solo per un istante, smettiamo di guardare l’altro attraverso le nostre aspettative e lo vediamo per quello che è. E, nello stesso istante, anche noi veniamo visti.
Credo che sia una delle esperienze più straordinarie che possiamo vivere, perché gli incontri autentici non servono semplicemente a farci compagnia ma a rivelarci chi siamo.
Ogni persona fa nascere una versione diversa di noi, con un bambino siamo una persona, con un’ amica un’altra, con un nemico un’altra ancora, con un maestro, con un animale, con uno sconosciuto... Ogni relazione crea un “noi” unico e irripetibile. Ed è proprio dentro quel “noi” che emergono parti di noi stessi che da soli non avremmo mai conosciuto.
Forse la qualità della nostra vita dipende molto meno dal numero delle persone che incontriamo e molto di più dalla profondità con cui siamo disposti a lasciarci incontrare, perché forse non è la vita a cambiarci ma sono gli incontri autentici a cambiare il modo in cui la vita può attraversarci.
Negli ultimi mesi mi sono accorta che tutto il lavoro che sto preparando per settembre ruota, in fondo, attorno a una domanda diversa da quella che credevo, non mi interessa più capire come migliorare una relazione. Mi interessa capire che cosa accade in quell’istante quasi impercettibile in cui due persone smettono di interpretare un ruolo e diventano semplicemente vere.
Forse i fili invisibili si attivano proprio allora. Non quando troviamo le parole giuste, ma quando un’emozione diventa così autentica da permettere anche all’altro di ritrovare qualcosa di sé che aveva dimenticato.
Forse è questo il dono più grande degli incontri che contano, non ci cambiano. Ci ricordano chi siamo.


